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Il parrocchetto dal collare ha una popolazione in continua espansione in Europa e nell’America settentrionale. È un pappagallo della famiglia dei psittaculidi, uccelli diffusi in Asia, Africa e Oceania. È da sempre uno dei pappagalli più allevati dall’uomo per diverse ragioni, principalmente legate al suo aspetto vivace, al comportamento giocoso e alla capacità di imparare. Ma come mai la sua estensione “a macchia d’olio” nel vecchio continente rappresenta oggi un problema? E perché la sua specie è definita “aliena“?

Conosciamo meglio questo sorprendente uccello e comprendiamo quali sono le cause principali dell’aumento demografico.

Le origini e le caratteristiche distintive

Il parrocchetto dal collare – Psittacula krameri – è originario delle foreste tropicali dell’Asia meridionale. Vive in maniera stanziale nell’Africa centro-settentrionale e in Asia dal Pakistan all’India. È stato introdotto con successo (si riproduce) dall’uomo in alcuni stati africani, in Cina e in Europa.

Con un piumaggio dominato da una tonalità lucente di verde, il parrocchetto dal collare è uno spettacolo per gli occhi. Lungo circa 40cm, ha una lunga coda con sfumature di blu e un robusto becco rosso. Il maschio presenta un collare scuro sulla nuca. Il richiamo è molto rumoroso e facilmente riconoscibile. Una caratteristica fisica è la resistenza al freddo: in genere i pappagalli non sopravvivono facilmente in climi rigidi, ma ciò non vale per il parrocchetto dal collare, che negli anni ha dimostrato una resilienza straordinaria. Questa, una delle cause della diffusione nel vecchio continente.

La diffusione in Italia

I parrocchetti dal collare hanno gradualmente guadagnato una presenza sorprendente nei cieli italiani. Le prime segnalazioni risalgono agli anni ’90, quando si notarono alcune popolazioni selvatiche soprattutto nelle regioni settentrionali. Negli anni la loro presenza si è estesa a molte aree urbane: si sono adattati ai climi temperati e alla disponibilità di cibo. I centri urbani, con i loro parchi e giardini, sono diventati habitat ideali per questa specie alloctona. Ciò ha portato a una diffusione significativa in regioni come la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Oggi gli avvistamenti nella penisola sono in crescita: sono state avvistate colonie da Genova a Milano, da Bologna a Roma, da Caserta a Napoli alla Puglia. Questo adattamento ha sollevato interrogativi sulla gestione della loro presenza, in quanto la coabitazione con le specie autoctone può portare a dinamiche ecologiche complesse.

Una specie “aliena”

Le specie alloctone, dette anche aliene o invasive, sono specie vegetali o animali introdotte fortuitamente o deliberatamente in contesti, luoghi, zone, al di fuori del proprio habitat naturale. Possono causare danni alle specie autoctone – che vivono nell’habitat nativo – e agli ecosistemi locali per diverse ragioni:

  1. Competizione per le risorse Le specie alloctone possono competere con quelle autoctone per risorse come cibo, acqua, spazio e siti di nidificazione. Se una specie introdotta è più aggressiva o efficiente nella sfruttamento delle risorse, può mettere a rischio la sopravvivenza delle specie locali.
  2. Predazione Alcune specie alloctone possono diventare predatori voraci di specie autoctone. Se le nuove specie non hanno predatori naturali nel loro nuovo ambiente, possono proliferare in modo eccessivo, minacciando la fauna locale.
  3. Malattie e patogeni Le specie alloctone possono portare con sé malattie o patogeni a cui le specie autoctone non sono adattate. Questo può causare epidemie o declini nelle popolazioni autoctone.
  4. Alterazioni dell’ecosistema L’introduzione di specie non native può portare a cambiamenti significativi negli ecosistemi locali, soprattutto a invasioni di nicchie ecologiche.
  5. Incrocio genetico In alcuni casi, le specie alloctone possono incrociarsi con le specie autoctone, creando ibridi che potrebbero creare a loro volta uno squilibrio ecologico.

È importante sottolineare che non tutte le specie alloctone causano danni significativi e irreversibili. Tuttavia, l’introduzione di nuove specie richiede attenzione e gestione accurata per evitare impatti negativi sugli ecosistemi locali.

Perché il parrocchetto dal collare si è adattato così bene in Italia

Il parrocchetto dal collare si adatta particolarmente bene alle città per via delle temperature più alte durante l’inverno ma non solo. La maggior parte dei pappagalli che vive in libertà in Italia proviene dalla vita in cattività. Le prime colonie sono state liberate dall’uomo in zone cittadine, dove sin da subito i volatili si sono sentiti a loro agio: sono i cittadini che, di proposito o casualmente, hanno fornito loro cibo e risorse alimentari.

Un altro fattore che ha determinato il successo dell’adattamento è la tropicalizzazione del clima. Questo fenomeno, molto forte in Europa, può verificarsi come risultato di vari fattori, inclusi cambiamenti climatici a lungo termine, variazioni nelle correnti oceaniche e altri processi ambientali, e in particolare:

  • si riferisce al processo mediante il quale le caratteristiche climatiche di un’area, in particolare quelle legate alle condizioni tropicali, diventano più evidenti o si estendono in una regione precedentemente caratterizzata da un clima diverso.

In sintesi, il clima in Europa, e quindi in Italia, è sempre più tendente a quello delle aree tropicali, dove vivono in natura i parrocchetti dal collare.

Oggi, nel 2024, si fa abbastanza per contrastare la diffusione delle specie alloctone? Le specie autoctone sono tutelate dall’uomo?

Studiare l’espansione del Psittacula krameri è di fondamentale importanza. Per segnalarne la presenza utilizza Il pettirosso, la nostra app per riportare l’avvistamento di una o più specie di uccelli, indicando le coordinate, servendoti di una mappa. Visita la pagina qui sotto.

Il parrocchetto dal collare in Italia | perché è un alieno

Il parrocchetto dal collare in Italia | perché è un alieno


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Ciao visitatore, mi chiamo Michele e sono il fondatore di orniinfo.com. Sono un "Millenials" e studente universitario. La mia passione per l'ornitologia nasce a 20 anni, quando ho iniziato a prendermi cura del canarino di mio padre. Ho studiato su molti libri sull'ornitologia e l'esperienza acquisita fa sì che riesca a dare molti consigli a allevatori e birdwatchers, soprattutto a chi è alle prime armi.

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